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CLASSE 5^ AE - CASA CIRCONDARIALE DI MONTORIO, 19 OTTOBRE 2018

INCONTRO CON AGNESE MORO E CON L'EX BRIGATISTA ANDREA COI, in collaborazione con la rete "Prospettiva Famiglia". L'incontro aveva lo scopo di mettere a confronto vittime e responsabili della lotta armata per superare l'odio e la violenza


Relazione della studentessa Clara Marangoni 5Aer

INCONTRO CON AGNESE MORO
Venerdì 19 ottobre ho partecipato insieme alla classe e alla prof.ssa Persegato ad un incontro presso la casa circondariale di Montorio (Verona) con Agnese Moro, figlia dello statista Aldo Moro assassinato nel 1978 dalle Brigate Rosse, e Andrea Coi, ex brigatista.
Non ero mai stata dentro ad un carcere, non sapevo nemmeno come fosse fatto al suo interno, a parte la presenza delle celle dei detenuti, quindi l’dea di entrarci mi emozionava.
Una volta arrivati abbiamo passato un imponente cancello che si chiudeva ogni volta che un intero gruppo passava. L’incontro si sarebbe svolto nella cappella del carcere, quindi siamo stati scortati da una guardia penitenziaria fino al suo interno; nonostante ci fossero dei disegni sulle pareti, percepivo molto freddo e soprattutto una certa agitazione al pensare che c’erano tante persone chiuse lì dentro per qualunque tipo di crimine.
Appena entrati nella cappella i detenuti presenti ci fissavano in un modo che definirei inquietante, ma forse un po’ capisco quegli sguardi: chissà da quanto tempo non vedevano persone venire da fuori.
L’incontro è iniziato con l’intervento della signora Agnese, che ha raccontato come ha vissuto il dolore per la perdita del padre, descrivendoci come dentro di lei il rancore crescesse sempre di più e contagiasse anche le persone che le stavano accanto. Credeva che le lunghe condanne per i brigatisti non sarebbero servite per tornare a vivere davvero, perché per lei ogni giorno era come quel 16 marzo 1978.
Ad un certo punto della sua vita, però, ha scelto di non farsi più sopraffare dal rancore e di prendere una strada di riconciliazione con i carnefici, incontrando loro stessi con le famiglie, avendo così l’occasione di “rimproverarli” mentre loro la ascoltavano in silenzio.
Non ha mai usato la parola perdono.
Il signor Coi è intervenuto subito dopo di lei. Sentire che è stato un brigatista ha suscitato un po’ di scalpore che si poteva percepire in tutti i partecipanti; ha iniziato raccontando come dal suo piccolo paesino in Sardegna fosse partito per frequentare l’università di Torino, dove ha abbandonato tutto quello che era il suo far parte dell’ Associazione Cattolica ed ha abbracciato gli ideali di estrema sinistra, arruolandosi nelle Brigate Rosse.
“Pensavamo di costruire una società diversa, senza disuguaglianze e che per fare ciò fosse indispensabile prendere il potere”, ci ha detto Coi, spiegando come questo forte ideologismo estremista avesse condotto alla lotta armata sfociando poi nel terrorismo. Proprio per questo, mi sono permessa di chiedergli se avesse mai pensato che quello che stava facendo fosse sbagliato e la sua risposta mi ha fatto riflettere molto: sì, ci ha pensato molte volte, ma all’epoca era giovane e fortemente influenzato dagli eventi a causa dei continui conflitti con la Destra e lo Stato. Mi ha detto che all’interno delle Brigate, come anche al di fuori di esse, si percepisse l’idea che la violenza fosse l’unica soluzione al malessere generale e che quella condotta dalla Sinistra fosse una vendetta sociale iniziata con la lotta partigiana, ma che, con il passare del tempo, si è reso conto di quanto tutto quel male inflitto fosse inutile, in quanto “una società che nasce dalla violenza è destinata ad essere violenta”.
Dopo aver parlato della sua esperienza come brigatista, ha raccontato come, dopo essere stato condannato all’ergastolo il 26 gennaio 1979, la sua si sia trasformata. Il periodo in carcere è stato molto difficile a causa delle continue repressioni e al suo ancora forte attaccamento ideologico.
Dopo anni ha ottenuto uno sconto di pena ed è tornato in società da uomo libero dopo 30 anni di reclusione, così decise di dover incontrare le famiglie delle sue vittime essendosi reso conto del male che aveva causato. All’inizio è stato molto difficile, ma poi 7 anni fa ha partecipato ad un gruppo di incontro a cui partecipavano ex brigatisti e parenti delle vittime, in modo da poter avere un dialogo e riuscire a stabilire una sorta di riconciliazione.
È proprio a questi incontri che ha incontrato Agnese Moro con cui ora gira l’Italia per trasmettere un messaggio molto importante: la giustizia ripartiva è il modo migliore per trovare un dialogo anche senza cercare per forza il perdono.
Quest’esperienza l’ho trovata molto significativa ed intensa; sentire in prima persona i racconti di queste due persone che hanno vissuto in pieno uno dei periodi più violenti nella storia del nostro Paese è qualcosa di molto emozionante, soprattutto per l’intesa che c’è tra la signora Moro e il signor Coi, che nonostante i loro passati da “nemici” sono riusciti a creare un dialogo tra loro aiutandosi a vicenda.
Mi rimarrà sempre nella memoria.